mercoledì, 24 giugno 2009
author: Attraverso @ 12:42
category: diario, la mia generazione

Lei, di fondo, assomiglia a Rossella
dieci anni e dieci chili in meno.
Probabilmente anche Luca mi assomiglia
dieci anni e diecimila euro al mese in più.
La quarta stella brilla e si gira solo per osservare
Serve altro per definirci o basta questo?
Intanto  ascolto la sua armonica al buio e
magari smetterà di piovere e potrò finalmente togliermi l'impermeabile.
Basta almeno che tu sia felice ora.

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domenica, 21 giugno 2009
author: Attraverso @ 09:17
category: diario, la mia generazione

Sei bella e a me puzza l'alito
magari anche a te ma io non me ne accorgo
Sei bella e mi puzzano i piedi
Sei bella e devo andare in bagno
Sei bella e non ho voglia di alzari
Sei bella e non voglio svegliarti
Con Rossella avevo raggiunto l'intimità assoluta
si faceva a gara di scoregge nel letto.
Sei bella e io ho la forfora e un principio di calvizia
Sei bella e nonostante la doccia mi sento ancora puzzare
Sei bella e sono io che puzzo dentro
Con Rossella si andava a cena ogni sera in un posto diverso
poi nacque Giulio e smettemmo
tranne la sera ad Orbetello in vacanza e
Zia Michela ci dava piatti carichi di aspettative
che un po' alla volta ci allontanavamo
Sei bella e sto sudando alla luce soffusa delle tapparelle
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sabato, 20 giugno 2009
author: Attraverso @ 16:23
category: diario, la mia generazione

Che poi telefonare è così facile, basta un dito.
"Ciao come stai?"
Che poi ridere di se stessi e citare interi capitoli dell'ultimo libro letto fa così fascino
"Sono sato bene ieri sera"
Che poi a voler ben vedere anche citarsi va bene uguale
"Passo da te domani se vuoi?"
E non credere più a nulla è ancora meglio
"No, stasera tocca a me stare con mio figlio"
E poi colpire con una frase buttata lì per caso
"Stasera ci sono i fuochi, potresti venire tu"
Sempre per il gusto personale di esserci e non esserci, fare quadretto.
"Allora ti aspetto"
Che poi tuo figlio ha pochi anni in meno di lei
Che poi a sviscerare bene la cosa chi potrebbe mai dirlo
Che poi basta un bacio per dirsi addio per sempre
"Indosserai quella gonna azzurra?"
Che poi in un secondo stai già pensando ad un'altra
"Sì davvero, ho 47 anni".
Che poi siamo solo polvere e polvere ritorneremo
"Adesso vado a lavorare, ci vediamo stasera".
Come dire addio ad una mosca intrappolata nella carta moschicida
"Bacio, ciao"

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giovedì, 18 giugno 2009
author: Attraverso @ 23:45
category: diario, la mia generazione

Era una casa bastarda finestre chiuse e porte aperte
prede e predatori in perfetto equilibrio.
Era un silenzio imbarazzante quello che c'era
tra uno sguardo perso ed uno ritrovato e
un fiore in un vaso appoggiato su di un tavolo
la cortesia delle posate allineate con cura
e bicchieri di plastica arancione.
Se fosse stato un amore passeggero
sarebbe durato tutta la vita
invece si prolungò per lo spazio
di un lento in una sala da pranzo.
Era una notte che pareva infinita
senza una nota di vento o un clacson impertinente
con la tua mano che scivolava nella mia
come un piede in una pantofola di feltro.
Tu seduta composta ed io con una gamba sotto al sedere.
Tu con il tovagliolo ben piegato alla tua sinistra
ed io con il portafoglio appoggiato accanto al piatto.
Se fossimo stati più vicini avremmo potuto
contarci uno ad uno i denti nella bocca.
Se ci fossimo allontanati un po' avremmo visto
i nostri occhi cercare la via d'uscita più vicina.
La mia mano appoggiata al tuo ginocchio
aspettava un segno per districarsi in più ardite evoluzioni.
Ma mancava la giusta penombra per scivolarci l'un l'altro
e allora parlammo di quella volta al mare
e allora parlammo di quella volta che c'era un popolo sovrano
e di quante mani avevano sfiorato il tuo collo
e piantato chiodi nella mia schiena curva
e riso della mia caduta all'indietro in Sunset Boulevard.
Era un silenzio che avremmo spalmato volentieri
ti baciai e tu mettesti da parte i miei calzini spaiati
e come un calcio in culo ti cedesti a me
e io non ringraziai né il cielo coperto né la terra
che ci accolse silenziosamente senza lamentarsi.
Così promisi che ti avrei richiamato appena arrivato a casa
ma se ti avessi chiamato avresti risposto?
Accennai un passo di danza appena sceso dalla macchina
e infilata la chiave nella toppa ammisi a me stesso
che lo stronzo è una parte che mi riesce proprio bene
così compiaciuto rientrai dandomi un colpetto sulla spalla.
Bevvi per il gusto di bere e
contai le stelle per il semplice gusto di farlo e poi
a nanna che all'indomani ci sarebbero state le lezioni di pulito.
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venerdì, 22 maggio 2009
author: Attraverso @ 16:57
category: politica, diario, ddd

Bisogna spostare le albicocche dagli alberi.
Ripetiamo:
Bisogna spostare le albicocche dagli alberi.
Attenzione a non scambiare le ciliege con i fichi che i confetti, in grosse quantità, possono fare male.
Lo scuro è aperto di nuovo.

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martedì, 19 maggio 2009
author: Attraverso @ 17:37
category: politica, diario, ddd

Tiro una moneta in aria e guardo se viene testa o croce. Non è una moneta qualsiasi,  è un tallero d'oro che mi regalò mio nonno prima di morire e che mi avrebbe portato fortuna, disse. Mia nonna annuiva silenziosa dalla foto sul comodino.
Scostare le coperte con cura e sedersi ad aspettare che un po' di sole appaia da dietro le persiane.
Lo sai che non ti credo però mi piace pregarti ogni sera prima di addormentarmi e sollevare dal fiero pasto la bocca senza guardarti mai negli occhi.
Lo sai che ad ogni starnuto pare cada un pianeta dentro ad un sole nero?

La pizza è in forno ed è quasi ora di andare a casa a stritolare con cura rapporti decennali.
State all'erta, il più delle volte è a Maggio che cominciano le cose.

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lunedì, 18 maggio 2009
author: Attraverso @ 16:37
category: politica, diario, ddd

Basta, a questo punto ci vuole una nuova rivoluzione per affrontare la situazione sociopolitica Italiana. Non basta più il chiamarsi fuori ma bisogna riattivarsi e riprendere il flusso interrotto dagli eventi funesti del post 68. E' un obbligo, sì morale, ma soprattutto pratico. Bisogna evitare di finire tutti allo sfascio che è un attimo aggiungere una 's' nel fascio in cui già siamo.
Da Brigate Rosse (B.R.) a Dipartimento disarmato dispettoso (D.D.D.). Via il plurale e dentro il singolare. E che noia questo continuo riferimento ai molti, ma quali molti, la rivoluzione la si fa in pochi, pochissimi, anzi, da soli. Che è roba da tener segreta segretissima e che se già siamo in due uno è di troppo che poi magari si pente e salta tutto.
Dipartimento: perchè, onestamente, di Brigate, Nuclei, Legioni, Cellule, Squadre, Righe e Righelli ne abbiamo un po' piene le palle. Un bel dipartimento, segno civile di appartenenza a qualcosa di ben più grosso e importante ma non ben specificato. Quasi aleatorio. Una sorta di segno che siamo molti di più di quanto possiate immaginare e che prima di far affondare tutto il barcone sai quanti dipartimenti, ovviamente stagni, bisognerà neutralizzare.
Disarmato: la lotta armata è evidentemente e definitivamente fallita. Insomma lo sanno tutti che morto un papa si fa un papa, un cardinale e tutta una serie di prelati via andante. La soluzione non è la violenza che crea martiri con pletore piangenti, ma rendere innoffensivi i nostri nemici attraverso l'uso intelligente del disarmo. Bisogna nuocere al nemico senza dargli l'aiuto di potersi sentire vittima e di conseguenza avere qualcuno che pianga per lui. Il figlio non deve poter dire "mi manchi" ma, "... sei sempre il/la solito/a coglione/a" con quella punta di affettuosa bonarietà che faccia sentire ancora vivi ma non più utili se non per i lavori di piccola manovalanza: andare a comprare il pane, accudire i pesci rossi e scrivere memorie.
Dispettoso: per arrivare al punto di cui sopra la "disarma" finale saranno i dispetti, i piccoli dispettucci quotidiani, quelli che  pur privi della violenza di una pistolettata alle gambe o di una raffica di mitra nello stomaco ci facciano sentire intimamente nella stessa situazione. La mancanza di carta igienica e/o acqua dopo una violenta scarica di diarrea subito prima di un'importantissima riunione di gabinetto (alle volte le parole); una foto mentre tradite il marito/la moglie da soli/e che non è grave ma che è un dispetto mica da ridere se pensate ad una vostra foto in prima pagina di Respubblica con alle spalle la stella a cinque punte su cui campeggia D.D.D. che tenendo in mano un giornaletto porno riportante la data di oggi vi dedicate ad uno spiccio atto autoerotico; la macchina che non parte proprio mentre sta per iniziare l'ultima puntata del vostro telefilm preferito che non ridarranno mai più; la fetta di pane tostato imburrato che cade proprio sulla fetta di speck caduta poco prima e che il vostro fido bobi sta già leccando.

Il mondo che improvvisamente si mette ad andare alla rovescia mentre tutto attorno sembra andare dritto. Pensate sia il destino? No, siamo noi delle D.D.D. che abbiamo deciso di rendervi la vita utile come quella di un articolo su  pagina di un quotidiano sulla testa di un imbianchino.

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giovedì, 14 maggio 2009
author: Attraverso @ 13:26
category: poesia, politica, diario

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita

Io ho il pene piccolo, 117 millimetri in massima espansione, barando anche un po' sulla misurazione, un po' come fanno i giocatori di basket quando si mettono in vendita. sono tutti alti almeno 5 centimetri più del vero, ma d'altronde cos'è la verità storica se non l'approssimazione più possibilmente "fedele" ai fatti realmente accaduti da parte di chi ai fatti, a volte,  non ha neppure partecipato?
A tutti sarà capitato di confrontarsi con qualcun'altro e a tutti sarà capitato di approssimare la propria ricostruzione dei fatti per avvalorare la propria tesi di confronto. Io ho i capelli più grigi, mi cospargo il capo di cenere e ce li ho ancora più grigi. Io sono alto un metro e settantacinque, metto le scarpe con il tacco nascosto e sono alto un metro e ottanta. Stiamo barando? Ma no, stiamo solo approssimando un po' la realtà perché, diciamocelo, chi vorrebbe avere un pene di 98 millimetri in tiro, nessuno? E allora diciamo 117 e facendo un piccolo sforzo di fantasia, tanto nessuno verrà mai a misurarcelo, diciamo anche 135 millimetri.
Non lungo che tocchi, non largo che sturi ma duro che duri. Un tassello di legno rivestito in ceramica di buon sapore in grado, autonomamente, di fare tutto quello che si deve, ecco quello che vorremmo avere. Ed è quello che vorremmo avere sempre, in qualsiasi momento, per qualsiasi luogo e situazione.
Ogni nostra manifestazione, maschile, ma anche no, è sintetizzabile in "io ce l'ho, più, grosso e duro".
Io, invece, ce l'ho piccolo e molliccio, una sorta di mollusco che si è dimenticato la conchiglia a casa e che per quanto lo si curi e lo si vezzeggi resta piccolo e molliccio e non è che sono malato, è che...

Per pezzo di manin di nostra vita
mi ritrovai con una pelva oscura
ché la diritta via era sopita

E allora, direte voi, dove voglio andare a parare?
Bo, rispondo io o meglio: è obbligatorio avere degli scopi quando si da approssimazione ai propri pensieri?

Del pezzo di manin rimasi monco
al punto che il cotal senza giunzioni
si porse a miglior guisa come tronco
e volse con lo sguardo alle minzioni.
Nel cerchio della vita tal coniglio
si prese la pastiglia stando muto
e mesto come un guappo col'artiglio
si mise a rimestar senza un aiuto.
Poi venne finalmente una canzone
che poppe si cantav che eran belle
così volò veloce quel barcone
e gaudio nel riveder le stelle.

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lunedì, 11 maggio 2009
author: Attraverso @ 17:52
category: politica, diario, la mia generazione

Che poi essere piccoli una volta non aveva tutti sti vantaggi. Insomma è vero che già c'erano gli antibiotici ma in macchina si andava seduti nel sedile davanti, magari in braccio ad uno zio che ci faceva ridere e qualche volta direttamente in braccio allo stesso conducente che ci faceva tenere il volante. E le macchine di una volta, parlo di quelle di fine anni sessanta inzio anni settanta, erano delle specie di carri armati con la tenuta di strada di uno scooter durante una nevicata eppure siamo sopravvissuti alle interminabili code sulla A1, sotto il sole cocente, senza aria condizionata e con i finestrini chiusi che faceva corrente e dava fastidio alla nonna, seduta nel sedile di dietro a recitare interminabili rosari mentre il papà bestemmiava sudato come un operaio al tornio della Breda. E si mangiava in macchina mica negli autogrill e non c'era la radio.
Siamo sopravvissuti all'andare a scuola da soli  e anche al cinema e anche a quello che ci sedeva vicino e ci toccava e noi lo mandavamo via e, incredibile, se ne andava. Forse perché al cinema c'era tanta gente e non gruppetti sparsi qua e là.
Siamo sopravvissuti agli ospedali dove i genitori potevano venirci a trovare tra le 18.00 e le 18.30 e alle classi con il maestro unico e altri 40 compagni e alla ricreazione senza merenda.
Siamo sopravvissuti alle partite di calcio tra 2d e 2c, senza arbitro, senza spogliatoi, sotto al sole o sotto la pioggia e mi ricordo un anno anche sotto la neve che quando tornammo a casa mia madre e un altro paio di madri limitrofe ci aspettavano armate di tutte le buone intenzioni, mani come badili altro che la carezza soave della sera prima di addormentarci, e c'erano ancora tutti i compiti da fare.
Ovvio che poi siamo sopravvissuti, i più, alle droghe leggere e pesanti, alle brigate rosse e a quelle nere e ai depistaggi dei vari laghi della Duchessa e probabilmente sopravviveremo anche ai sassi nelle scarpe nuove.
Qualcuno non ce l'ha fatta, onore ai camerati/compagni/amici scomparsi, ma la maggior parte sì. Forse saranno stati i rosari della nonna o gli anticorpi grossi come gatti che ci avevano lasciato i nostri genitori sopravvissuti reduci bambini alla seconda guerra mondiale. Ma come sopravviveranno i nostri figli se dovesse venire a mancare il cicciobello bua o la winx (troia) chantix?

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giovedì, 07 maggio 2009
author: Attraverso @ 16:45
category: politica, diario, la mia generazione, nezara viridula

Io una volta ero piccolo e c'era il partito comunista italiano e c'era Berlinguer, Enrico, quello che morì durante un comizio. E c'era la suora che ci diceva di dire ai nostri genitori di votare alla Democrazia Cristiana che sennò il giorno dopo le elezioni avremmo trovato fila di cadaveri appesi agli alberi del viale che va al cimitero. Il viale delle rimembranze.
Io, da piccolo, avevo una traghetto che mi era stato regalato da mia zia dopo l'operazione alle tonsille e che era un traghetto strano perché galleggiava ma aveva le ruote e io lo immaginavo pieno di macchine che andava in grecia dove c'era andato mio padre da giovane e che lo vedevo nei filmini otto mm. Mio padre con mio zio e mi raccontavano che in Grecia per farsi capire parlavono in dialetto stretto, quello delle colline che era simile al greco. Ora non credo che fosse proprio vero ma allora non mi importava affatto. Era vero e basta e quando all'università incontrai un greco provai a parlargli in dialetto stretto delle colline e lui non mi capì ma mi offrì lo stesso un caffè e per un po' suonammo e fumammo assieme. Almeno fino a che non arrivarono un paio di tipi del collettivo che ci ordinarono di smammare che dovevano suonare loro. Dovevano suonare Bandiera Rossa e Contessa che la sera c'era un comizio del loro Leader.
Io una volta sono stato piccolo e innocente e mi divertiva un sacco schiacciare le formiche, dar la caccia elle lucertole e tirare i sassi negli stagni cercando di colpire le rane. Poi un giorno me la presi con un'ape la quale si difese e mi punse e io piansi, corsi dalla mamma che mi disee "be ti sta" e allora andai da papà che mi disse "ben ti sta" e allora andai dalla nonna che prese una patata la tagliò in due e me la mise sulla puntura. Il dolore mi passò, forse perché mi sarebbe passato comunque, la puntura si sgonfiò, forse perché si sarebbe sgonfiata comunque sta di fatto che però da quel giorno fui molto più attento con quegli animaletti, però mio cugino era tanto antipatico che più di una volta gli tirai un pugno, anzi a volte anche due
Io una volta sono stato giovane e abusavo spesso del mio corpo in maniera insostenibile contando sull'immortalità. Era una gara continua a chi sarebbe arrivato prima e a chi sarebbe riuscito fare sesso con più donne, superare i duecento chilometri all'ora in macchina, bici, slittino, sci, treno, bere più birre, fumare più sigarette,  ruttare più forte, pisciare più lontano, fare la fiamma più lunga con una scoreggia, atterrare in piedi dopo il volo più lungo. Poi qualcuno a cominciato a non ruscirci e allora abbiamo suonato al suo funerale e abbiamo giurato e spergiurato che non lo avremmo più fatto che non avremmo più accompagnato i nostri sogni e le nostre preghiere con i botti di capodanno o con le pistole ad acqua. Poi abbiamo fatto il militare e aspettando che arrivasse l'ambulanza gli accarezzavo i capelli e lui mi ripeteva come una litania, "sono stato due anni in Libano e vado a morire uscendo da una discoteca a Rimini".
Io una volta...

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