venerdì, 14 novembre 2008
author: Attraverso @ 19:05
category: diario, work in progress, nezara viridula

Effettivamente qualcosa stava cambiando. Ero stanco delle abitudini, ero stanco di stare ad aspettare che succedesse qualcosa, ero stanco della guerra, quella quotidiana in cui affermare le proprie ragioni a scapito delle ragioni di qualcun altro, quella combattuta giorno dopo giorno con tizio, caio e anche sempronio. Avevo raggiunto la conclusione che lasciarsi trascinare dalla corrente era meglio che sforzarsi di ammettere di non saper nuotare e allora salii alla croce e guardai di sotto.
Guardai un mare immutabile e guardai la città che riscresceva rigogliosa e ne apprezzai la singolarità.
Guardai il cielo e i puntini che poi erano aerei che andavano da qui a là o da là a qui che poi è quasi uguale, c'era anche qualche uccellino e un'aquila, ma magari era solo un corvo.
Guardai le barche dei pescatori e quelli dei ricchi signori e sorrisi al pensiero che la tempesta le avrebbe spazzate entrambe.
Mi guardai le mani e le vidi grondanti di sangue ma era il mio e allora mi riposai al pensiero che quello che avevo visto sarebbe potuto bastare.
Mi guardai in mezzo alle gambe e pensai che non meritava tutto il peso che gli avevamo dato.
Mi affacciai di sotto e spiccai il volo...

....il famoso volo del piccione viaggiatore.

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venerdì, 24 ottobre 2008
author: Attraverso @ 16:51
category: diario, lumbricus

Che l'attuale situazione ci sia sfuggita di mano è
lampante, lo suggeriscono i tempi e i modi,
lazzi di poesia assurda impilata in coste e
eiezioni concepite come inebrianti scoperte
che portano il potere a dirci fate e noi muli facciamo.
Che poi sia tutto un inutile insulto alla ragione lo
capisce anche il fanciullino che è in noi
azzannato dalla sua stessa voglia di ascoltare
canzoni dalle parole schiette e sincere
che convincono che il mondo è bello anche se non è vero.

Coriandoli e pere molli vendute per primizie
marionette che si muovono da sole e un paio di
mazze usate da esperti sicari della locale
forza d'ordine per lasciare che tutto resti com'è,
alano di guardia al tesoro compreso nel prezzo.
 
Che non si dica, poi, che sia tutto un unico pensiero
lasciato al sole ad essiccarsi prima dell'autunno insieme alle
mazurke ballate da dame sfiorite e suonate da
scazzati musicisti in pensione ormai da anni e
tonno al posto della carne perché la carne fa male.

Fuori intanto si cammina per le bancarelle della
fiera e si cerca di restare seri e compunti
aggiustandosi la cravatta di morbida seta e
"cara ho dimenticato il portafoglio in albergo".
 
Fuoriserie bombate schizzano da una parte all'altra come
crotali impazziti dentro ad un sacco di iuta. Poi
scende la sera e ci si appoggia alla scollatura dell'amica
non garantita né dall'età né dalla natura e
che annoiata finge di nascondere agli sguardi indiscreti floridi
seni carrozzati dallo stilista più in voga del momento.

Ci starebbe benissimo il finire la serata in spiaggia
picchiati a morte da un bagnino impazzito dal dolore,
prototipi del geniale assembramento di pensieri inerti,
col rimpianto di non aver fatto proprio tutto per concludere
il finto pellegrinaggio di uomini probi al cospetto della zia
pianta mai abbastanza o meglio ancora in odor di santità.

Fortuna volle che il bagnino si dimenticasse di tutto
pieno di quella birra che avremmo voluto bere noi e
poggiando la fronte a due braccia tatuate che
paracadutate da un Dakota sulle coste della Normandia,
cara pelota mia, avrebbero vinto la guerra da sole
si sfregò il naso un po' per non piangere e un po' per pulirselo.
La stella cadde con un botto fragoroso proprio sul molo e il
gabbiano, risvegliatosi dal lungo sonno, aprì le ali e in
un sontuoso batter di ciglia sconfisse la sua proverbiale pigrizia
gettandola in un dirupo e rimisosi giù riprese a dormire, ovviamente silente.

Bicchieri infranti in un bar fuori paese durante una rissa
segnata da un battere incessante di piedi su un tavolaccio da
ballo e da una musica che nessuno aveva mai sentito, tanto è
parlata, e canzoni appoggiate all'ultimo bicchiere.
Danza immobile una ballerina di tango abbracciando se stessa.

Caliggine in un vecchio camino spento da secoli e
lana negli angoli della stanza dove il sole sembra vincitore
sulla calda atmosfera da mezzogiorno dipinto sulle pareti.
Arida vernice di sabbia su sabbia e noia su noia e una
gamba solitaria che si specchia sollevata dal non esserci mai stata.

Tu lo sai che ad ogni passo compiuto in avanti
culliamo l'idea di essere arrivati mentre sono solo
tette rifatte e gomitoli di lana svolti da un gatto
tonto e stanco, in attesa anche lui, di tornare
a casa, una volta per tutte, in solitaria discesa.

Povere foche che son belle e che morte
vuote di dentro e spellicciate di fuori
lo zero termico ha raggiunto il terreno e
pazza l'idea di far l'amore con lei
restando da solo a guardare se fuori arrivava
tutta rasente il muro e spalle alla scogliera
una morena ubriaca cantata dal juke box di Mario.
Presi il libeccio con una mano sola e lo spinsi via
mentre un leone si accordava con un geometra per
iniziare la costruzione di una immensa villa sul mare.

Fino ad ora non c'era stato nulla di strano tranne che i
pini perdevano aghi proprio sul bagnasciuga,
un giunco si era piegato fino quasi a raggiungere la pozzanghera
e un assetato poltrone di strada aveva pianto a lungo
il sud rimasto a secco di idee e beni materiali.
E voi ditemi un po' dov'è la troverò la mia gattina,
quella perduta durante la rivoluzione dei garofani e
che si sa vuole solo una freccia che le indichi la via
per la botte piena e la stanza maniacalmente ordinata per colore.
Assurda la tegola che stava tutto il giorno affacciata,
come romanza, al suo balcone pieno di fiori e che cadde,
fragorosa minzione, sul povero formichino moribondo
trafitto dalle zampette delle sue innumerevoli amanti 
"stavolta si sta ligi al dovere ragazzi" disse prima di lasciarci
"Stavolta ci stai ligio tu al dovere piccolo essere insignificante"
gli rispose il funambolico folletto delle pianure.

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giovedì, 16 ottobre 2008
author: Attraverso @ 14:51
category: poesia, diario, lumbricus

Iniezioni di vitalità da supermarket estraggono
ninnoli aggiustati in una cooperativa
mentre mia madre mi chiama dalla finestra
attenta sì a quello che sto facendo ma
non proprio del fine ultimo del suo richiamo.

Sottolineo il momento cantando a squarciagola
assurde sigle dei cartoons e
rimetto in ordine una o due stanze
rimescolando pensieri di bordo e tribordo
inculcati a forza da rabbi depressi e
zonzo per casa alla ricerca di
zuzzurrellaggianti filosofie di rinnovamento.

Belle vestite come di notte in pieno giorno
esprimono il loro disgusto professionale
noncuranti dell'avvicinarsi all'arrivo mentre
discepoli allungati in capoversi estremi
urlano il loro disgusto per viste e sviste
rimescolate da una retata della polizia locale.

Cotte indossate come riparo dalle intemperie
uniscono intere compagnie di soldati
marcianti verso la notte più buia come
limite ultimo di un'adolescenza sprecata in
onnipotenti pulsioni difficili da gestire.
"Tranciamo via teste e mozziamo arti per essere felici
o almeno essere un po' meno traballanti
comunicando mestamente l'un l'altro", cantano.

Santa Petronilla sta chiudendo i battenti che
ancora una volta è arrivato l'ordine di ritirarsi alla svelta
nella lurida trincea infestata di acquavite e topimorti.
Tana libera tutti è invece l'urlo di battaglia
ostentato dai defenestratori di tutte le razze
sicuri della loro impunità primitiva mesciata a manciate
tanto chi ne parla non c'era e chi c'era, poi,  mentirà.

La mamma continua a sgolarsi ma io non rispondo più
o meglio non riesco più a sentirla che sono scappato
portando con me il mio orsetto preferito e
i soldatini di tre o quattro guerre mondiali.
Gengis Khan si era dato all'import/export di
lumache di fiume e di assurdi panini
insacchettati alla rinfusa nella mia cartella nera.

Lo sai che non ci sono ricordi da cancellare per sempre
ottenebrati un po' alla rinfusa ma sempre vigili e
meritevoli di essere uno dietro l'altro dipinti
energicamente sulla soffitta di casa per ricordare,
teneramente aggrappati, delle note a margine di un libro
tassativamente comprensive di legami resi definitivi e dududadada.

L'ape regina contempla i suoi giovani virgulti
oscurando con la propria mole un paio di soli e quattro pianeti.
Fedora sostiene che ogni trama deve avere un ordito
incalzante ed operoso e che nulla deve restare in sospeso
compreso tutte le volte che hai scritto che c'eri ma
contando anche quelle in cui c'eri e non lo hai scritto.

Inutile determinare le volte che hai voltato da est ad ovest
navigando contro vento e inacidendo ogni paravento.
Disturbo? Chiedesti alla sera quasi distratta
e io ti risposi che non era il caso di scherzare
con i fuochi d'artificio e con le stelle filanti e
occhio a tutte le volte che ti sei persa
sostenendo che fossi io a doverti, poi, cercare
come se non bastasse non l'averti mai trovata.

Tu sei solo le volte che mi sono tagliato i capelli
urgentemente richiamato al dovere dal cappellano militare.
Lei deve avere un contegno più consono all'ambiente soldato
e gli risposi che stavo imparando ad ammazzare
con il giusto gaudio e la somma lode di tutti.

Io ho bisogno di andare al fiume a lavare i panni
sporchi dalle troppe volte che li ho indossati
bruciando via ogni concetto inesprimibile.
Unica forma di salvezza sicuramente accettata da tutti
rimane quella proposta dall'indossarli di nuovo.

...e alla fine dimenticavo: dududadada.

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lunedì, 13 ottobre 2008
author: Attraverso @ 18:55
category: diario, lumbricus

Salve sono un lombrico, uno dei tanti. Io smuovo la terra, la smuovo incessantemente per tutto il giorno per poi uscire quando piove e fa buio, ma anche no.
Esco per non annegare perché l'acqua penetra le viscere della terra e mi rincorre e anche noi abbiamo bisogno di respirare, forse, cioè io non so bene perché faccio le cose. Io sento il fortissimo impulso a scavare la terra davanti a me per poi buttarla fuori. Io caco terra, almeno credo, insomma non è che conosca così bene il mio corpo da poter sapere quello che ingoio e quello che espello ma la logica mi dice che se faccio entrare qualcosa, in un modo o in un altro, io debba, poi, buttarla fuori.
Io scavo e penso moltissimo tanto il mio scavare è automatico e nemmeno tanto faticoso, anzi sembra che più scavi più stia bene. Possibile che la terra sia il mio nutrimento? Possibilissimo, ma come faccio a saperlo, mica ci sono studiosi tra di noi e se anche ci fossero sarebbero impegnati a scavare/mangiare espellere/cacare terra e allora il loro studiare sarebbe inutile. Però anche loro pensano. Sembra  che il pensare sia un fortissimo impulso  quasi come quello di cui sopra.
Alle volte immagino che ci sia un'intelligenza superiore che guidi il nostro mangiare/espellere ed il nostro pensare, non ne ho lo prove ma vari indizi sparsi qua e là, tipo tutta la terra che abbiamo a disposizione o
il fatto che pensiamo ed il nostro pensiero sia, all'apparenza, fine a se stesso. 
Cerco di spiegarmi io mangio terra e cago terra, entra qualcosa, esce qualcosa. Quando penso entra qualcosa e non esce nulla. Cioè io immagazzino il mio pensiero e ho di quei pensieri immagazzinati in me che nemmeno potete averne idea, ma non ho nulla per esprimerli, a meno che i miei pensieri non siano una parte di qualcosa di più grande. Una parte di un'entità superiore che a sua volta accumula tutti i pensieri dei lombrichi e li elargisce alle altre creature viventi.
Immagino l'esistenza di un'immensa pianura brulicante di lombrichi che mangiano, cacano e pensano e una sorta di rice-trasmettitore che raccoglie i nostri pensieri e li trasmette al mondo.
Mille milioni di miliardi di lombrichi che pensano creano una bella mole di ipotesi che una mente superiore può benissimo elaborare, sperimentare e considerando che noi lombrichi siamo immortali (Come non lo sapevate? Se spiaccicate un lombrico non pestate altro che cacca il vero lombrico è già altrove, oltre, magari proprio dove sarete sepolti) abbiamo per noi l'infinito come metro di paragone e quando si ha l'infinito con sè nulla è impossibile.
Io sono un lombrico e quando viene l'inverno resto bloccato nel ghiaccio e penso per scaldarmi e so che quando si spegnerà la stella intorno a cui giriamo aspetteremo con pazienza che ne facciano un'altra.
Chi?
E che ne sappiamo noi lombrichi. Noi mangiamo, cachiamo ,pensiamo e alcuni di noi, a volte, ridacchiano pure, ma questa è tutta un'altra storia.

Dimenticavo: "I lombrichi sono ermafroditi insufficienti. Gli apparati riproduttori maschili e femminili si trovano in segmenti diversi. Un ispessimento detto clitello, ricco di ghiandole mucipare, permette l’adesione dei due individui, che si accoppiano disponendosi in versi opposti."  (da http://it.wikipedia.org/wiki/Lombrico)"
E se questo secondo voi non significa nulla be lasciateci pure perdere.

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venerdì, 10 ottobre 2008
author: Attraverso @ 17:48
category: diario, gino e gina allincontrario

E poi, a Gino, scappò una poesia.
Cioè gli scappò proprio dal taschino della camicia e si infilò tra il muro di cinta del castello imperiale e l'edicola della madonna del forte.
Gli scappò e si appiattì a tal punto da risultare quasi invisible pur nella continua ricerca del modo migliore per incatenarla ad una scala fatta solo per salire perché poi di scendere non ce ne sarebbe più stato bisogno.

Va tutto bene, ci sono qua io con in mano il mio bel bicchiere unico al mondo.
Va tutto bene, sono qui accanto a te con un foglio di carta ed una sottolineatura.

E poi a Gino comparve una caramella non scartata di rosso vestita, la volle assaggiare ma sapeva di polvere di stelle e di sassi lunari gettati da chi era senza peccato o da chi aveva superato ogni limite e non si curava più di quale fosse il limite stesso.

Va tutto bene, c'è papà, vuoi le patatine, la merendina con le palline.l'ovetto con la sorpresa?
Voglio solo Un'ora come tutti gli altri bambini e che tu mi possa prendere in braccio.
Voglio che il sole non mi faccia paura e che la luna non mi sia negata.

E poi a Gino scappò una lacrima e poi un'altra ed un'altra ancora in un fiume di lacrime che detestavano di essere lì a scappare prive del controllo necessario, prive di scopo.
L'edicola aveva vomitato la poesia in strada e un esercito di contadini inferociti l'aveva calpestata.
E nel voler essere privi di scrupoli a Gino era cresciuta una gran voglia di non esserci.
Allora calpestate anche me, urlò.
Ma la marea era già passata ed era rimasto solo a guardare i sorrisi degli altri.

Sai scrivere?
A volte.
Sai Leggere?
Un po'.
Sai definire un silenzio?
Sì.
Il silenzio è una congiunzione tra le parole sali e scendi

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giovedì, 02 ottobre 2008
author: Attraverso @ 18:50
category: poesia, diario

Alla terza riga mi ero già addormentato e russavo ma soprattutto sognavo.
A parte che nel sogno c'era anche mio zio che sorrideva era un sogno normalissimo, di quelli che non iniziano e non finiscono, di quelli che quando ti svegli cerchi di fermarne il ricordo ma poi entra nel novero delle cose pensate/sognate e dimenticate per sempre. Come quella canzone trovata e poi persa di cui restano due versi buttati su un foglio del tipo "Cerco il mare per dimenticare e trovo te sullo scoglio", per fortuna che l'ho dimenticata.
Mi ha poi svegliato un collega che passava di lì e ho abbozzato una scusa del tipo, sai non ho chiuso occhio tutta notte, il solito mal di testa - che se tengo conto che "poi passa l'angelo e ti ci lascia", stanotte ne avrò uno malefico - e ho ricominciato a leggere.
Alla terza riga mi sono riaddormentato e stavolta ho sognato della bianca dama che si trovava nel secondo verso, probabilmente la morte ma poteva benissimo essere l'amante di Coppi e che cazzo di quella poesia non ho superato il terzo verso. La dama bianca o bianca dama se preferite mi porgeva da bere un calice di vino e mi invitata a prendere uno dei biscotti che erano sul tavolino di fronte a me. I biscotti stavano in un bel vassioio riportanti Artemide e Atteone e i biscotti erano a forma di cane.
Non chiedetemi come facessi a sapere che erano prorpio Artemide e Atteone e non chiunque altro ma sappiate che i biscotti erano molto buoni e mi sentii pervadere da una discreta buona disposizione verso il prossimo soprattutto se nelle vesti una Dea arciera nuda che si bagnava ad una fonte.
La dama continuava a versarmi vino e ad offrirmi biscotti ed io bevevo e mangiavo e più bevevo e più mangiavo più  mi sentivo felice e sazio e sostenevo la mia conversazione muta con allegra sagacia.
Ed Ella mi sorrise e io le sorrisi.
E a furia di sorrisi mi finii i biscotti e mi bevvi tutta la bottiglia e la bianca dama mi si trasformò in una macchina per fare il gelato.

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mercoledì, 01 ottobre 2008
author: Attraverso @ 14:43
category: leconomista risponde

Caro attraverso(*), secondo lei i miei soldi è meglio investirli in borsa, lasciarli sul conto corrente o metterli sotto al cuscino?
Nessuno dei tre, penso che il posto migliore per i suoi soldi sia, un questo momento,  un piatto in una bella partita a poker, molto meno rischioso dei succitati e male che vada ha passato una bella serata.

(*)Faccio il programmatore di computer ma è uguale, evidentemente.

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mercoledì, 24 settembre 2008
author: Attraverso @ 17:09
category: work in progress, nezara viridula

Passato di verdure.
Riti a termine per consumazione di reati.
Una generica osservanza di regole con annessa assunzione di responsabiltà.
Letti da rifare e riordini mentali di materiale di consumo.
Brucio vecchi documenti.
Attacco manifesti a pareti dipinte di fresco.
Lascio una bottiglia sul tavolo.
Ne sistemo una nel frigo.
Cammmino su e giù per la stanza in attesa di un evento e ascolto musica.
Parlavo di lei con il vicino di casa che era appena partito.
Calcio e Potassio.
Caduta di capelli.
Ricaduta di capelli.
Riporti alluvionali e voci impazzite di mercato.
In una squadra militava il colonnello e nell'altra il presidente.
Poggioreale affrancata da connessioni esterne.
In quel film lei camminava verso il vento e lei, ora, mi corre incontro nei sogni con fotogrammi appaiati al disegno di un bambino.
Immagini in bianco e nero colorate da un chitarrista cieco.
Chissà come sarà farsi il proprio funerale da soli?
E' solo rugiada in un fresco mattino, Linda.

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giovedì, 18 settembre 2008
author: Attraverso @ 13:27
category: diario, pensieri mattutini, gino e gina allincontrario

"Eravamo quattro amici al bar
che volevano cambiare il mondo..." (Gino Paoli)

E lo sappiamo tutti come è andata a finire, noi non abbiamo cambiato un cazzo e il mondo ci ha modellato come meglio credeva, o meglio, abbiamo seguito quello che succedeva pensando di esserne artefici ma artefici di che cosa se poi ci troviamo seduti al bar da soli o in compagnia, sorseggiando una qualsiasi bevanda e facendo piani infiniti per ipotetici futuri prossimi e remoti che mano a mano che passa il tempo diventano sempre più prossimi anzi quasi sempre sono del tipo: "Stasera in tv danno...", e giù spettacolari elucubrazioni sul regista tizio o sull'attrice sempronia.
Gino aveva, in un afflato estremo di sincerità, rivelato a Gina che nella tana dell'orso erano custodite sette delle otto astronavi dell'imperatore dell'universo. L'ottava era in orbita attorno al quarto pianeta di una stella morente nel tentativo estremo di riaccenderlo. Ma un sole quando sta morendo mica si riaccende con facilità, ci vuole pazienza, capacità di analisi e un'incredibile dose di fortuna. Un po' come fare entrare un cammello nella cruna di un ago o un filo di seta dorata nel posto giusto al momento giusto.
Gina a sua volta aveva rivelato a Gino di essere vergine ascendente toro con una punta di acidità tipica dei nati nel segno della porpora.
Gino motoretta se n'era andato per sempre e ciò aveva lasciato turbini di pensieri nella mente dei commensali della sala grande, quella aperta a sud e chiusa a nord perché, dovete anche sapere, nel palazzo d'inverno nevicava spesso ai piani alti sopratutto quando ai piani bassi Vladimir e Ludmilla accendevano il camino della continenza.
Inoltre, dato certo e inconfutabile, l'inverno si stava appropriando delle proprie risorse e a breve sarebbe stato proclamato il sesto impero, dato che dei precedenti cinque si era persa ogni traccia. Nel sesto impero grandi astronavi avrebbero sorvolato il pianeta ed enormi silenzi avrebbero intavolato discussioni con oceani tropicali in ebollizione. Si pensa anche che una nave salpata dal porto di Isomar cento anni prima riapparirà nel centro della città elargendo sorrisi e doni a tutti i nati della prima decade.
Guai in vista, sussurrò Gino a Gina.
Non credo, rispose Gina, basta munirsi di un ombrellino da passeggio e candide cartelle.
Avrei preferito una pizza, o meglio, un calzone alle verdure di stagione.

"Perché tanto non ci incontreremo mai
né al Roxy e nemmeno da Mario
perché incontrarsi da vecchi, sai,
è solo un cantare all'indietro un ritornello" (Attraverso sulle note di quello che vi pare)

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martedì, 16 settembre 2008
author: Attraverso @ 14:49
category: diario, pensieri mattutini, gino e gina allincontrario

Gino e Gina non solo attraversarono la strada ma scoprirono che dall'altra parte era tutto molto meglio, che esisteva un mondo fatto di colori e pietre preziose incastonate in oro, incenso e mirra. Attraversare la strada non fu indolore, come tutti sanno se vuoi esser bella un po' devi soffrire, lo diceva anche la Pina, ma ne valse la pena. Furono raccolti imbuti e semi di porcini e la passione sfrenata per ogni singola stilla di vita ancora da vivere, vivere veramente. E fu sesso, sesso fatto allo specchio, sesso al telefono, sesso nei motel, sesso nei parcheggi dei cimiteri prima di tornare a casa, fu sesso carnale e meridiano in cui i contendenti si scusavano ogni volta per non esserci stati prima e si ripromettevano di esserci ancora dopo, sesso con canditi e peperoncino, con esplorazioni oltre ogni limite fino ad allora conosciuto, sesso ogni volta che si poteva e se non si poteva ci si industriava per trovare il modo.
Gino e Gina però non avevano il paracadute che in questi caso sarebbe servito molto perché il loro era sesso clandestino e il sesso clandestino pur appassionato lascia strascichi di sensi di colpa e furibonde depressioni post coitali che non esistono ma ahimè ce lo hanno insegnato. Ed è tutto lì il succo della questione noi non siamo solo ciò che abbiamo imparato ad essere ma anche, e soprattutto, ciò che ci hanno insegnato ad essere e in un'educazione a botte di sensi di colpa ogni marachella lascia strascici. Certo puoi sempre andarti a confessare così da sentirsi liberi di ricominciare di nuovo ma sono solo palliativi di una non ben chiara comprensione di ciò che è bene e di ciò che è male.
Perché la clandestinità di Gino e Gina non era poi così foriera di male, in fin dei conti erano loro due e nessun altro e non c'erano terzi o quarti a far da contraltare. Non c'era un compagno da cui tornare dopo o una compagna a cui portare il latte, non c'era nulla di tutto questo, c'erano solo i fantasmi di millenni di letteratura contrapposta al benessere e crisi d'indentità di fronte a quello che siamo, vorremmo essere, saremo.
E così giorno dopo giorno il muro costruito invece che abbattuto si frappose tra loro e li lasciò ognuno in balia di se stesso, ognuno a macerarsi nel proprio io fluttuante tra sogno e realtà.

E poi?

"And I am not frightened of dying, any time will do, I
don't mind. Why should I be frightened of dying?
There's no reason for it, you've gotta go sometime."
"I never said I was frightened of dying."

(In memory of Richard Wright 28/7/1943 - 15/9/2008)

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